Chi lavora in proprio risponde sempre. Al volante, sulla scala, con le mani nella tinta. Non è servizio al cliente: è il modo più sicuro per fare male due cose insieme, la telefonata e il lavoro che si stava facendo. E il conto lo paga chi risponde.
Un avvocato di un paese della Bassa parte per un’udienza a Milano. Sa che allo studio non risponderà nessuno, quindi il telefono lo tiene acceso. Il viaggio se ne va in tre chiamate di clienti che gli espongono un problema ciascuno; a Milano arriva senza ricordare bene nessuno dei tre, e senza avere ripassato il fascicolo. Un giardiniere taglia una siepe con il caschetto e le cuffie: spegne, risponde, riparte, tre volte in un’ora, perché in un mese tirato una chiamata persa è un cliente perso. Alla terza, distratto, taglia una rosa che non doveva. Il proprietario del giardino gliela fa pesare: la rosa, il buco nella siepe, e la giornata che non gli paga.
Sono due scene osservate, non inventate, e hanno la stessa struttura. Chi lavora in proprio risponde al telefono perché ha imparato che non rispondere costa. Ha ragione. Ma risponde con la testa altrove, promette, dimentica, e nel frattempo il lavoro che aveva in mano si rovina. La telefonata viene male e il lavoro viene male. Nessuno dei due danni compare in fattura, quindi nessuno dei due si vede. Si vede solo alla fine del mese, come stanchezza e come clienti che non richiamano.
i · Il cervello spentoRispondere non è ascoltare
La convinzione diffusa è che rispondere sia sempre meglio che non rispondere: il cliente sente una voce, si sente preso in carico, il rapporto tiene. Vale se chi risponde è in condizione di ascoltare. Un professionista al volante, un artigiano sul ponteggio, una parrucchiera con i guanti nella tinta non lo sono. Rispondono con il cervello spento: la voce dice «certo, la richiamo», la testa è sulla strada, sul tubo, sulla cliente in poltrona. Il contenuto della chiamata non si fissa. Quando il cliente chiede «mi manda una mail che ricapitola?» lo fa perché ha capito, dall’altra parte, che nessuno stava scrivendo.
La ricerca sul lavoro interrotto dice una cosa che chi lavora da solo conosce bene senza saperlo. Nello studio di Gloria Mark e colleghi presentato a CHI nel 2008, quarantotto persone svolgevano lo stesso compito con e senza interruzioni: chi veniva interrotto finiva prima, a qualità comparabile, ma con stress, frustrazione, pressione del tempo e sforzo percepito misurabilmente più alti. La conclusione degli autori è che si compensa l’interruzione lavorando più in fretta, e che questo ha un costo. È un esperimento di laboratorio su studenti, non su idraulici della Bassa: il perimetro va detto. Ma il meccanismo è lo stesso che il giardiniere vive sulla siepe: recupera il tempo, paga in attenzione. E l’attenzione, in un mestiere manuale, si chiama rosa tagliata.
ii · Al volanteLa chiamata più cara è quella in macchina
Per chi passa la giornata fra un cliente e l’altro, la macchina è l’ufficio dove arrivano le chiamate. È anche il posto dove costano di più. Lo studio di Redelmeier e Tibshirani pubblicato sul New England Journal of Medicine nel 1997, su 699 conducenti coinvolti in incidenti con danni materiali, ha trovato che l’uso del telefono durante la guida si associa a un rischio di collisione circa quadruplicato nel breve periodo della chiamata. Ha quasi trent’anni ed è stato fatto quando il vivavoce era un accessorio; da allora la letteratura si è allargata e le stime variano, ma nessuna ha rovesciato il segno. Chi guida e parla di lavoro sta facendo, in quel momento, due mestieri: uno dei due lo fa male per forza.
Quante delle chiamate che prendi in macchina si chiudono con un appuntamento fissato, un’ora scritta, un indirizzo confermato? Se la risposta è «quasi nessuna, mi faccio mandare un whatsapp e poi li richiamo», la chiamata non ha prodotto niente: ha solo interrotto. E il messaggio, in molti casi, non arriva: chi aveva bisogno di un prato tagliato per sabato, al secondo passaggio a vuoto chiama un altro giardiniere. Il cliente avrebbe ottenuto di più parlando con qualcuno che fissa l’appuntamento al posto tuo, e tu saresti arrivato a destinazione con il fascicolo letto e l’appuntamento in agenda.
iii · Chi pagaIl cliente non paga il danno collaterale
Il punto che rende il problema economico e non solo di nervi è questo: il danno che l’interruzione fa al lavoro in corso lo paga chi lavora, mai chi chiama. Il proprietario della rosa non sa e non vuole sapere che quella rosa è caduta perché il giardiniere stava fissando un appuntamento con un altro cliente. Vede il buco nella siepe e non paga la giornata. L’avvocato che arriva in udienza senza ripasso non può addebitare al cliente delle nove e un quarto il tempo che gli ha tolto. In una struttura con una segreteria questo costo è assorbito da qualcuno che è pagato per assorbirlo. In una partita IVA è assorbito dal margine.
C’è poi la forma più silenziosa del costo: il lavoro che si allunga. Chi è impiccato all’orologio deve far stare nella giornata più interventi possibile, perché il fatturato è fatto di giornate. Ogni interruzione non toglie solo i tre minuti della chiamata: toglie il tempo per rientrare nel lavoro, e a volte il lavoro va rifatto. La giornata che doveva contenere tre clienti ne contiene due e mezzo. Nessuno lo chiama costo, ma è il costo più grande di tutti.
Quante chiamate hai preso oggi con le mani occupate? In mezz’ora si conta quanto ti costano e come farle rispondere a qualcun altro.
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iv · La soluzione sbagliataSpegnere il telefono non funziona
La risposta istintiva, «metto la segreteria e richiamo la sera», è sbagliata per un motivo che chi lavora in proprio conosce: il cliente che trova la segreteria chiama il prossimo in elenco. Le chiamate perse a marzo sono l’agenda vuota di novembre. Non si può scegliere fra rispondere male e non rispondere. Si deve rispondere bene senza essere quello che risponde.
Questo è il cambio di prospettiva. Il problema non è il telefono, è che la stessa persona deve tagliare la siepe e fissare gli appuntamenti nello stesso minuto. Separare le due cose non richiede una segretaria a tempo pieno: richiede che qualcuno, o qualcosa, prenda la chiamata, capisca di cosa si tratta, fissi un’ora in un’agenda condivisa e mandi al cliente due righe che ricapitolano. Oggi questo si fa con un servizio di risposta, umano o automatico, che costa una frazione di una giornata di lavoro al mese. Il professionista riceve a fine mattina un elenco di tre appuntamenti già presi invece di tre conversazioni che non ricorda.
v · Cosa cambiaIl momento che stai vivendo
Quando le chiamate le prende qualcun altro, la giornata cambia forma in un modo che non ha a che fare con la produttività. L’avvocato arriva a Milano con il fascicolo letto, e al ritorno si ferma in un paese a comprare una bottiglia per la cena: dieci minuti che prima non esistevano, perché erano occupati da voci in vivavoce. Il giardiniere finisce la siepe senza staccare le cuffie e la signora del giardino gli porta due caffè invece di una contestazione. L’allevatore che non deve più ricordarsi a memoria chi l’ha pagato può stare a cena con la famiglia mentre qualcun altro sollecita chi è in ritardo.
Non è velocità. È concentrazione, e la concentrazione è già riposo per chi fa un lavoro che ama. Lascia che qualcun altro risponda al telefono e fissi l’appuntamento. Tu concediti di concentrarti sul momento che stai vivendo. Il resto è un’agenda.
Regge
- Rispondere sempre, ma non tu: qualcuno che fissa, scrive e ricapitola.
- L’agenda condivisa come unica fonte: se non è scritto lì, non esiste.
- Il riepilogo al cliente entro pochi minuti, in due righe.
- Il richiamo dei clienti a un’ora fissa, con la testa libera.
Va fermato
- Rispondere in macchina, sulla scala, con le mani occupate.
- «La richiamo» senza un’ora scritta da qualcuno.
- La segreteria muta: il cliente chiama il prossimo in elenco.
- Contare il costo della chiamata in minuti: si conta in lavoro rifatto.
Lascia che qualcun altro risponda al telefono e fissi l’appuntamento. Parliamone in mezz’ora: capiamo insieme che cosa serve al tuo lavoro, non a un lavoro qualsiasi.
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Scheda tecnica
| Per chi | Professionisti e artigiani che lavorano da soli o con uno o due collaboratori: studi legali e tecnici, giardinieri, idraulici, elettricisti, allevatori, parrucchiere. |
| Il problema misurabile | Chiamate prese in condizioni in cui non si può scrivere né fissare; appuntamenti promessi e non messi in agenda; lavoro interrotto e rifatto. |
| Cosa fa un servizio di risposta | Prende la chiamata, qualifica la richiesta, fissa l’ora in un’agenda condivisa, manda al cliente il riepilogo scritto, avvisa il professionista a fine mattina con l’elenco. |
| Umano o automatico | Entrambi esistono. L’automatico (agente vocale) regge le richieste semplici e ripetitive: appuntamenti, orari, indirizzi. L’umano serve dove la richiesta va capita. Spesso la soluzione è mista. |
| Cosa resta al professionista | Il richiamo alle ore scelte da lui, con l’elenco davanti, e le chiamate che decide di prendere in diretta. |
| Il primo passo | Una settimana di conteggio: quante chiamate prese fuori condizione, quante chiuse con un’ora scritta. Il divario è il costo. |
| Il rischio da evitare | Una segreteria che non richiama entro l’ora: il cliente non aspetta, chiama il prossimo. |
| Sicurezza | Nessuna chiamata di lavoro al volante, nemmeno in vivavoce: il rischio di collisione durante la chiamata è nell’ordine di quattro volte (Redelmeier e Tibshirani, 1997). |
